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PARINI: L\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\'ODE
Come per il “Giorno”, anche per le “Odi” si può dire che l’atte del Parini si sviluppi secondo una linea ascendente di sempre maggiore maturità e perfezione, con una evidente inclinazione verso un temperamento di toni e un linguaggio sempre più sereno e pacato, nello sforzo di realizzare quell’equilibrio tra occasione sentimentale e forma espressiva. Anche nelle “Odi” il moralista e il letterato hanno cercato dir realizzare un comune accordo tra l’intento didattico e l’amore della parola; ed è possibile ravvisare l’incontro di queste due esigenze. Non contrastanti ma complementari, entrambe riflessi della personalità pariniana, nell’ode “La caduta”.
Il Parini, costretto a uscire di casa in pieno inverno e con il tempo cattivo, inciampa in un sasso e cade a terra; ma la scena della caduta è rappresentata in poche linee e in modo da non dare al fatto un’intonazione pietosa: infatti domina in tutta l’ode un fare rigido e riservato che non permette confidenze e il lasciarsi andare. Accorre a sollevarlo un cittadino il quale manifesta il proprio sdegno, perché la patria, che pur si vanta di un sì gran poeta, non ha a questo regalato neppure una carrozza. E poiché il Parini non ha mezzi, né parenti ricchi, né altro modo per far fortuna – non già i meriti, ma i parenti, le amiche e i pranzi dati in sontuose ville aprono la via alle cariche e agli onori – lo consiglia di raccomandarsi ai potenti, oppure di cercare di pervenire tra i reggitori dello Stato e trovare il modo di arricchirsi, o anche di cambiare il modo di poetare, adulando i potenti e insultando il pudore con novelle piccanti e scurrili, per rompere la “tetra noia” dei nobili, quella noia che pesa su tutto il “Giorno”, il motivo della futilità e dei vizi del “giovin signore”. Il valore della parola “tetra” non si può comprendere, infatti,se non pensando al protagonista di quel poemetto, dall’animo così vuoto, deserto, triste, che riesce appunto tetro. Il cittadino lo esorta poi a dilettare “i bassi geni dietro al fasto occulti”, ossia i bassi istinti che si nascondono dietro le pompe della ricchezza. Tramite questo verso il Parini scolpisce e smaschera la bestialità indorata dei nobili e, nonostante sia il suo soccorritore a parlare, una velatura pariniana si posa sulla sua voce; il poeta riferisce il consiglio del cittadino, ma con tono amaro e sdegnoso. E si vede che la parola è più sua che del cittadino stesso, si vede, già nel consiglio, l’ira che urge e monta, e che lacera il discorso pacato del soccorritore. Il poeta infatti non può più trattenere la sua rabbia di fronte a tali vili proposte e risponde, a colui che l’ha soccorso, che è umano ma non giusto; che un buon cittadino deve volgere le proprie forze al bene e non ad azioni indecorose; e quando sarà vecchio, se sarà costretto dal bisogno, chiederà soccorso, ma con “fronte liberal”, con quella dignità che rispecchia il suo animo; se non sarà aiutato, se i suoi concittadini gli volteranno le spalle, troverà difesa contro i mali nella sua dignitosa fermezza, continuando imperterrito a vivere nella sua eroica povertà, ma forte della proprio onestà. I precetti, quel programma di vita al quale il Parini si è sempre mantenuto fedele, non sono affatto astratti e generici; il tono è, sì, austero, ma non vanamente predicatorio, anzi è quasi sofferto. Si avverte bene quel suono che ha soltanto le parole di chi ha duramente vissuto, e anche quell’intima soddisfazione di chi, vincendo ogni perverso allettamento, ha raggiunto il compiuto possesso di sé stesso e alza sui contemporanei la vivacità e sincerità del suo senso morale, che gli danno un carattere quasi religioso.
L’autore del “Giorno”. Che ha descritto tanti personaggi nel poemetto, non ne ha mai rappresentato uno così potentemente vitale, come questo poeta che ascolta a stento il consiglio ingiurioso e appena a mosso le labbra per vendicarsi di quello che a lui pare un insulto, sente quella collera calmarsi in un profondo risentimento morale e svanire nella contemplazione del suo ideale del buon cittadino. Durante tutta la risposta, egli sembra aver dimenticato l’ingiuria: questa ribolle ancora, soltanto in quell’allontanarsi zoppicando e senza appoggio. E la figura del poeta che ritorna al suo tetto col piede incerto, ma senza rimorsi, non si cancella più dalla mente del lettore: l’immagine di quel vecchio indipendente e solitario, inaccessibile alle tentazioni e ai compromessi e che, come Dante, fece parte per sé stesso.
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fausto - 25/2/07 - 09:11 pm
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